Su Pietro Mennea, ora che se n'è andato, hanno scritto di tutto.

Su Mennea, ora che se n'è andato, hanno scritto di tutto. La Gazzetta dello Sport, proprio in questi giorni, si appresta a editare un libro con le foto delle sue più belle imprese sportive, corredato di autorevoli interventi. A me piace ricordare Pietro Mennea per l'ultima sua apparizione siciliana, nell'88. Non era più lo smagliante atleta che avevo visto volare a Palermo sulla pista in tartan nel '75 e poi nell'80, per l'incontro Italia-Finlandia, centrare il primato europeo dei 100 metri in 10", ma era pur sempre Mennea.
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Viene a Marsala, in aprile, per inaugurare la nuova pista, il nuovo stadio. Mennea ha già concluso una prima volta la sua carriera dopo le Olimpiadi di Mosca, salvo poi ripensarci quando Nebiolo decide di inventarsi i mondiali di atletica, nell'83 a Helsinki.
In quella data contribuisce all'affermazione della staffetta italiana 4 x100, seconda dietro gli stellari atleti di colore capitanati da Lewis, che fanno il mondiale per battere gli italiani. Si ritira perciò una seconda volta, dopo i Giochi Olimpici di Los Angeles '84, e tutto lasciava pensare che avesse appeso le scarpe al chiodo.
Quattro anni dopo, invece, il ritorno, giusto in Sicilia. Immaginate un po' la curiosità degli addetti ai lavori, i giornalisti. Carlo Vittori, il suo allenatore di sempre, liquida il suo terzo ritorno in pista in maniera frettolosa: "si vede che non ha nulla di meglio da fare". Pietro però va per la sua strada. Invitato da Gaspare Polizzi, responsabile mezzofondo della nazionale, sceglie di correre i 400 metri. Distanza non ottimale per lui. Sì, è vero, aveva corso diverse volte la distanza nelle staffette, facendo fermare il cronometro "da lanciato" intorno ai 44", ma partire dai blocchi era tutta un'altra cosa. E si sa, Pietro, proprio in partenza non è  un bolide. Ma Mennea è testardo: "Professore, corro i 400". E quattrocento metri siano. Allo stadio di Marsala si respira l'aria di grande festa: majorettes, banda musicale, politici in passerella. E sfido io, mica c'è solo il primatista mondiale in carica dei duecento metri: C'è anche l'altro primatista mondiale del peso, Andrei, poi c'è la medaglia di bronzo del lungo, Giovanni Evangelisti, infine c'è anche Totò Antibo, medaglia di bronzo agli europei di Stoccarda sui 10.000. Ma è bene precisare che la stella è proprio lui, Pietro il grande. Che si presenta in pista per il Meeting del Giovane di Mozia,  con i capelli cortissimi, una maglietta con su scritto "Brain Power". La gente è già impazzita appena lo vede in pista. Ma...come la mettiamo con la gara? In pista Pietro trova i migliori quattrocentisti siciliani, gente che viaggia sui 400 intorno ai 47", non sarà una passeggiata. E infatti non lo è. Allo sparo dello starter Mennea esce lento, i due, Zambito e Scarpa, sono più lesti, ma nel rettilineo Mennea recupera. Sono spalla a spalla anche all'inizio dell'ultima curva. Poi, all'ingresso del rettilineo, Mennea sembra tornare il leone delle prodigiose rimonte che avevamo conosciuto sulle piste di mezzo mondo. Eccolo che spinge in maniera rabbiosa sul tartan, non può perdere, non deve perdere.
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A sostenere Mennea, più che l'energia nelle sue "prodigiose leve" direbbe Paolo Rosi, è la motivazione. Sì la motivazione, il pubblico che lo incita, lui che sogna di fare un test per saggiare le qualità fisiche di un 36enne che i manuali di medicina sportiva danno ormai per "out". A quell'età, più che stare in pista, bisogna appendere da un pezzo le scarpe al chiodo e pensare alla ricerca dei nuovi talenti. E invece no, Mennea è in pista a sfidare luoghi comuni e convinzioni, a ordinare ai filamenti di actina e miosina di contrarsi come ai bei tempi. Lo impegnano allo spasimo i due siciliani. A settanta metri dal traguardo eccolo Mennea che viene fuori, recupera altre energie. Avanza di dieci, quindici, venti, trenta centimetri, forse anche mezzo metro, quel tanto che basta per mettere ko gli avversari e dire che ancora c'è, che è il numero uno,  che è in pista e che se gli passa per la testa, diventa il primo velocista a centrare l'obiettivo di cinque olimpiadi. Intanto si gode l'ovazione del pubblico. Che gli urla di alzare il dito. Rantola  Mennea, è stanco assai, ma lo alza il dito, eccome se lo alza. Viene giù quasi lo stadio dal boato. E io quel boato me lo ricordo di tanto in tanto. Sembrava il rombo di un jumbo jet.

a cura di Mario Pintagro 
Giornalista
(Speaker del "Meeting del Giovane di Mozia" - Aprile '88 Marsala)