LO SPORT FA BENE A ….


a cura della dott.ssa Marianna Alesi

Perché quando siamo stressati e nervosi, dopo un’ora di attività sportiva vigorosa ci sentiamo meglio? Perché siamo più soddisfatti? Perché dormiamo di più e meglio?


Sono tutte domande che, in modo più o meno esplicito, rivolgiamo a noi stessi e alle quali spesso diamo la risposta ingenua, mediaticamente indotta, “perché lo sport fa bene”. In realtà, il senso comune che riconosce benefici di varia natura all’attività sportiva e fisica, in generale, trova solide conferme nella letteratura scientifica di riferimento. Sono ormai noti i benefici fisici dell’attività sportiva, traducibili nella riduzione del rischio di mortalità, malattie cardiovascolari e muscolo-scheletriche, obesità, diabete. Sempre maggiore attenzione viene rivolta anche al ruolo protettivo dell’attività fisica sulla salute mentale a tutte le età che si esplica in virtù dell’azione sinergica di fattori di natura fisiologica, psicologica e sociale. Nello specifico, l’attività fisica riduce la reattività allo stress, la manifestazione e il contenimento di sintomi di ansia, depressione, insonnia.

Significativa è, inoltre, l’influenza dell’attività motoria sulle dimensioni psicologiche collegate all’immagine corporea. La rappresentazione del proprio sé è mediata dalle caratteristiche fisiche; pertanto, la percezione del proprio sé corporeo, condizionata dal ruolo assunto dal cibo per ognuno di noi e dal proprio peso corporeo, supporta la strutturazione dell’identità corporea con inevitabili ricadute sull’autostima. Solo recentemente un nuovo filone di ricerca, evidenzia il ruolo cruciale dell’attività fisica nel miglioramento del funzionamento cognitivo sia negli adulti che nei bambini. In linea generale, le persone che hanno un migliore fitness cardiovascolare, ottenuto grazie ad attività fisica regolare, mostrano cambiamenti fisiologici nel cervello e migliori prestazioni cognitive. Infatti, la produzione di neurotrofine, la sinaptogenesi e l’angiogenesi sembrano avere ricadute positive sul Quoziente Intellettivo, sulle abilità percettive, sul rendimento scolastico e lavorativo.

Nello specifico, gli ambiti cognitivi coinvolti riguardano i tempi di reazione e la velocità di elaborazione di stimoli, le funzioni esecutive, ovvero quelle abilità cognitive maggiormente astratte e complesse quali: prendere iniziative, inibire le reazioni agli stimoli, pianificare le attività, controllare i propri comportamenti, tenere a mente le informazioni per breve tempo.

Promettente è anche l’applicazione di questo modello nell’ambito della psicologia della disabilità laddove un numero, ancora troppo esiguo, di ricerche evidenzia in bambini con disabilità intellettiva una significativa sensibilità agli effetti di programmi di intervento motorio che si traducono nell’incremento di punteggi di Q.I. totale.

Alesi et al. SISMES, Palermo 2012
Alesi et al. SISMES, Palermo 2012
Alla luce di quanto detto, la generica risposta alle nostre domande iniziali “perché lo sport fa bene”, andrebbe articolata in modo molto più ampio, coinvolgendo vari ambiti di applicazione e generando, a sua volta, altre domande più operazionalizzabili: i benefici fisici e psicologici dell’attività fisica e sportiva sono uguali per tutte le discipline? Hanno uguale valore nelle diverse fasce di età? Hanno uguale valore nelle diverse forme di disabilità? 


Queste e altre domande rappresentano oggi una sfida per una psicologia che vada oltre il tradizionale campo di applicazione nello sport, riferito alla capacità di trovare le strategie per massimizzare le prestazioni agonistiche degli sportivi, e si rivolga all’analisi di tutte le potenzialità dello sport nel favorire il benessere della persona lungo il suo ciclo di vita. In tale direzione si collocano ricerche, attualmente in corso di svolgimento presso la Facoltà di Scienze Motorie dell’Università degli Studi di Palermo, con la collaborazione di ricercatori di Psicologia e di Scienze Motorie e Sportive, volte ad analizzare il ruolo di attività sportiva regolare sul funzionamento cognitivo e sull’immagine di sé in bambini di età compresa tra 8 e 11 anni, che praticano calcio, basket e arti marziali. Parallelamente, sono in progress anche ricerche sui benefici indotti da programmi di attività motoria in bambini con disabilità intellettiva, in particolare con Sindrome di Down.